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Prologo sulle paure. Perché come spiega la voce narrante, questo film è dedicato a chi ha paura. Siamo subito lanciati in quello che è uno dei temi che sta travolgendo la nostra società, la paura, appunto, insieme al tema conseguente del cambiamento.

Così lo spettatore inizia a crearsi delle attese sul film, sulla trama, sul messaggio.

La storia inizia un po’ incerta e poi sempre più convincente, fino a quando i personaggi si rivolgono direttamente al proprio autore, perché non sono poi tanto soddisfatti del finale, e la storia ricomincia: due famiglie, l’amore, le assurde storie, la malattia, l’amicizia, le confessioni e l’allegria e la morte.

Tutto ambientato a Milano, in cui improvvisamente il regista ci porta, e che ci vuole far vivere emotivamente inserendo degli inserti (in bianco e nero) montati sotto le note del notturno di Chopin. Questi inserti ci mostrano una Milano di notte, le guglie del Duomo, la vista proprio da lì, la galleria, il castello sforzesco e poi di botto una strada deserta e il volto di un immigrato, la metropolitana e siamo immersi in quella Milano piena di contraddizioni, quella dai mille volti e dai mille sapori, la Milano d’estate dove nulla si muove ma molto si dice e molto si può osservare.

Happy Family è un film pieno di rimandi che avrete già colto: da Woody Allen con il prologo a Pirandello ed i sui Sei personaggi in cerca d’autore, ed infine le paure lanciate all’inizio e riproposte nel film nell’inserto sulla Milano notturna, dove tutte insieme ci sono angosce, bellezze e differenze, le tante differenze che dovremmo affrontare e conoscere per non cadere così nelle paure, le più banali, che ci rendono isolati e soli nella Milano d’estate come nella vita quotidiana nella nostra società moderna. Happy Family è l’ultimo film di Gabriele Salvatores.



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