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Che cos’è lo sport? Questa è la tipica domanda a cui molte persone
si sentirebbero tranquillamente pronte a rispondere con
varie considerazioni. Al giorno d’oggi fare sport è una delle migliori
attività praticate dai ragazzi poiché, oltre a dar spazio al divertimento,
all’intrattenimento, allo sfogo dopo gli impegni mentali che ci travolgono
quotidianamente (scuola e studio), ci permettono anche di scaricare con sane
attività, le ultime riserve d’energia fisiche (ma anche e soprattutto
mentali) che ci sono rimaste. Lo sport, oggi come oggi però, viene
sottovalutato da molte persone. Esso è divertimento, ma non esattamente un
divertimento a mo’ di “perdita di tempo”: è divertirsi imparando, crescendo,
e cercando di scoprire cos’è la versatilità. E’ importante saper usare la
propria mente. E’ allenando il cervello quotidianamente che la parte
culturale ed intellettuale di una persona migliora, portandola, un domani,
se meritevole, ad alti livelli, che sicuramente non saranno gli stessi di chi
ha la fortuna di riuscire a costruirsi un futuro nell’ignoranza, ma appunto
solo con un po’ di “fortuna”. Lo studio, il “cercare di riuscire nelle cose”,
il “sentirsi realizzato” è sacrificio, è impegno, è dinamica, è il “saper
rendere il corpo e la mente un’unica cosa”, quella che, se divisa a metà,
non riuscirebbe a portarci da nessuna parte, o meglio potrebbe farci
realizzare una qualsiasi aspettativa, ma non fino in fondo. La mente non è
niente senza il corpo che non è niente senza la mente. E’ tutta
questione di armonia, equilibrio, di “azzeccare le note”, di dinamica,
princìpi base della versatilità. “Mens sana in corpore sano” dicevano i
Latini. Imparare a scoprire e a capire tutte le funzione del nostro
cervello, significa dunque imparare a scoprire la nostra mente e
il nostro corpo. C’è chi potrebbe pensare che si tratti di una stupidaggine, invece è assolutamente il contrario. La natura ci ha creato per quel che siamo: spetta a noi riuscire a scoprire chi siamo e quali sono
i nostri limiti, nelle varie attività. Biologicamente siamo portati ad avere
quel limite in quell’attività specifica, ma se non ci degniamo nemmeno di provare, non
potremo mai scoprire le nostre doti. Ecco cos’è lo sport: scoprire se
stessi. La fase della “scoperta” però, è una fase delicata e soprattutto
molto graduale. In media, un ragazzo/a comincia a svilupparsi, a crescere
tra gli undici e i diciotto(per le ragazze)/vent’anni(per i ragazzi) ma,
fino ad allora, si vivrà ogni giorno in una fase di assoluta metamorfosi,
dove nulla è mai detto per certo, dove niente è il limite, dove la certezza
è ancora probabilità, dove l’incertezza è sovrana. Saranno proprio quelli
gli anni giusti, la disposizione del tempo che avremo per conoscere e
raggiungere la versatilità. Anche se abbiamo quasi la certezza di sapere o
meglio di pensare, credere di non essere portati per quella cosa, di non
riuscire “lì”, di non farcela “là”, non potremmo mai stabilire nulla con
certezza, se non ci si degna neppure di provare, come già detto. In ambito
atletico, ad esempio in “atletica leggera”, lo sport più naturale che possa
esserci, il più completo, che ci permette di scoprire la percezione del
nostro corpo sulla superficie, che ci insegna a collocarci nello spazio,
mentre svolgiamo una qualunque attività, facendo i conti con la forza di
gravità (cosa che ad esempio nel nuoto non avviene, poiché il nostro corpo
perde il suo peso effettivo, il peso specifico, a causa della sospensione,
del galleggiamento in acqua) siamo prestabiliti per natura a raggiungere
“quella” misura nel getto del peso, nella velocità, nel salto in lungo,
alto, triplo, con l’asta, ecc… Con l’allenamento e con il sacrificio
graduato, si riuscirà, alla fine della crescita, a trovare il risultato per
cui siamo stati predisposti a raggiungere già in partenza. Una persona che,
ad esempio, non ha mai visto il giavellotto in vita sua e non sa
minimamente come si usi o addirittura non sa cosa sia, è
predisposto comunque a fare quella misura lì, in quel campo, quella e basta,
perché la predisposizione del suo corpo lo ha portato a raggiungere quell’effettiva
cosa, nulla di più e nulla di meno.  Se poi questa persona raggiungerà una certa età senza mai aver capito
cos’è effettivamente il “lancio del giavellotto” è un’altra questione. Certo
è che, se da giovane ci avesse provato, se avesse studiato e imparato bene
la tecnica, prima o poi sarebbe arrivato a raggiungere quella misura. Il
“non tentare di scoprire “quello” non è assolutamente nulla di sbagliato, è
semplicemente una privazione che facciamo a noi stessi, ovvero l’invecchiare
senza mai aver saputo che in quello noi potevamo fare, per natura, tanto.
Il riuscire a raggiungere i nostri limiti in ogni ambito è una cosa che deve
avvenire lentamente e gradualmente, come già detto. Il ragazzo tende a
migliorare, crescendo, ad adattare il suo cervello a vedere il mondo da una
diversa prospettiva: da un’altezza di due, tre, quattro, cinque centimetri
più alta rispetto a quanto era abituato a percepire prima. Il cervello è il
“telecomando” che comanda il nostro corpo e la nostra mente. Se, ad esempio,
mentre corriamo prendendo la rincorsa prima di effettuare un salto in
lunghezza verso la buca da salto in lungo, il cervello comincia a lanciarci
segnali sin da quando iniziamo a correre: ci ordina di iniziare piano e
gradualmente la rincorsa (poiché già a conoscenza della tecnica effettiva
all’attività che stiamo svolgendo). Ad un certo punto, a metà rincorsa, ci
ordina di cominciare a trovare il massimo della nostra velocità e a quel
punto esso comincia a focalizzare la distanza che ci separa dallo stacco
(quella tavoletta bianca per terra, ovvero il punto in cui deve iniziare il
salto: se la si supera anche di poco, il salto è nullo). Allora il
cervello, comincia a gridare: “Aumenta, accorcia il passo se no vai aldilà
del segno e ti becchi un salto nullo, stai attento, sei arrivato, sei
arrivato! Salta!”. Tutti questi segnali ci vengono lanciati mentre siamo in
movimento. Durante il salto, poi, comincia a mandarne altri: “allunga e
stendi le gambe, porta avanti le mani, alza lo sguardo, cerca il centimetro,
allunga!” finché non atterriamo. Questa dunque è l’importanza del nostro
cervello che impara a comandare non solo la nostra mente, ma anche il nostro
corpo.
Anche questo è sport.
C’è però chi, attratto dal desiderio di raggiungere assolutamente “quel”
risultato subito, il prima possibile farebbe di tutto: anche spremere, come
fosse un limone, il proprio atleta ancora in crescita. Ma la cosa, alla
fine, rischierebbe di divenire semplicemente un trauma psicologico per l’atleta
stesso, anche se all’inizio egli potrebbe non rendersene conto. Non è
assolutamente difficile capire questo discorso. Ragioniamoci su: se un
atleta, anzi semplicemente una persona, è predisposto a
raggiungere, al termine della crescita (cioè dopo aver superato l’arco dei
7/9 anni di sviluppo sia fisico che mentale, la cosiddetta “adolescenza”)
quella stabilita misura, nella norma dovrebbe riuscire a scoprirla pian
piano, volta per volta, esperienza dopo esperienza, fatica dopo fatica,
sacrificio dopo sacrificio, gara dopo gara, fino ad arrivare poi al punto in
cui, raggiunta l’età relativa al termine dello sviluppo, ovvero l’età della
maturità piena, a trovarla.
Alcuni ragazzi invece vengono piantati lì a svolgere tutti i giorni per un
certo lasso di tempo un relativo allenamento che, dopo tante fatiche, farà
loro raggiungere un ottimo risultato. A questo punto verrebbe da chiedersi:
e dov’è il problema? Il problema c’è, ed è anche molto semplice da
individuare. Se un giovane atleta, già all’età di quindici/sedici anni,
viene soffocato tanto dalla fatica, dal pesante allenamento, dallo stress
relativo poi sempre allo svolgimento della stessa attività, senza mai
variare (quindi, già in partenza, privato della scoperta del raggiungimento
della versatilità, cosa un po’ brutta, poiché troppo schematica) arriverà ad
un’età in cui, non riuscirà più a migliorare, perché oramai il suo limite l’avrà
raggiunto! A sedici anni? Sì, a sedici anni. E quando arriverà a
diciotto/vent’anni? Avrà sempre le stesse prestazioni di quando ne aveva
quindici/sedici. Il corpo accetta tutto ciò. La mente no. Corpo e mente: due
eterne rivali. Anche nello sport.
A questo punto cominceranno ad arrivare i primi problemi psicologici. Il
ragazzo si chiederà: “come mai quando avevo sedici anni facevo (ad esempio
30/35 metri di giavellotto e ora che ho diciotto ne faccio sempre tanti se
non di meno?”. A quel punto il suo allenatore potrebbe tranquillamente
dirgli: “Senti, ragazzo caro, io ti ho predisposto un allenamento in modo da
raggiungere il tuo limite già a quell’età, dato che lo desideravamo tanto e
subito. Inutile che provi a migliorare, ormai hai finito.”
Per il ragazzo, a questo punto, sarebbe quasi un trauma. Un uomo di
diciotto/vent’anni non accetterebbe mai le stesse prestazioni di un
innocente sedicenne, anche se quel sedicenne era lui.
E qui subentra quel problema comunemente conosciuto come “doping”.
Che cos’è il doping? Allora, innanzitutto esso non è una scoperta della
società moderna. Antichi lottatori Greci (ad esempio di “pancrazio”)
infatti, assumevano già queste sostanze per aumentare l’aggressività in
battaglia. Il termine doping deriva da “doop” cioè un miscuglio di bevande
energetiche chi i marinai Olandesi, già quattro secoli fa, bevevano prima di
affrontare tempesto sull’Oceano. Addirittura durante le guerre, nelle fasi
aeree, queste sostanze venivano assunte come stimolanti per migliorare la
velocità di reazione e vincere la paura. Molti atleti però, dopo l’assunzione
di tali sostanze, hanno trovato la morte e/o la squalifica dalle gare a
causa di tali sostanze. A partire dagli anni ’70 queste sostanze hanno
cominciato ad essere assunte già a partire dai sedici/diciassette anni.
Molti atleti giunsero addirittura a segnare queste sostanze come parte dello
schema dell’allenamento settimanale.
Purtroppo però, alcuni atleti, oltre al cercare di superare i propri limiti
biologici, assumono queste sostanze anche perché magari pensano che altri
atleti, loro avversari, lo facciano. Spesso è causa di ciò anche la
pressione da parte dei genitori, che incitano il figlio, nella loro
ignoranza, sempre nel migliorare, nel superare quell’obiettivo, senza badare
a pensare che magari il proprio figlio quell’obbiettivo, con tutto l’allenamento
di questo mondo, non arriverà mai a raggiungerlo, per natura. Allora si
cambia direzione, e si va verso “altro”. Al contrario anche il travolgente
disinteresse dei genitori spinge il ragazzo ad usare queste sostanze, per
stupirli con i risultati, senza che essi se ne possano accorgere. L’art.1
della Finalità della legge, dice che “L’attività sportiva è diretta alla
promozione della salute individuale e collettiva e informata al rispetto dei
principi etici e dei valori educativi richiamati dalla Convenzione di
Strasburgo”. Ciononostante viene puntualmente ignorato.
In particolare, per quanto riguarda la resistenza vengono assunte
cosiddette dosi di “eritropoietina”. L’eritropoietina è una sostanza che
viene prodotta dal nostra organismo nel momento in cui raggiungiamo il
massimo della fatica (il fiatone persistente, ad esempio) e permette al
sangue di portare più ossigeno al cervello. Senza ossigeno, senza una
respirazione regolare infatti, non si riesce ad andare da nessuna parte.
Alcuni atleti (maratoneti, marciatori), assumendo intere dosi di questa
sostanza, accumulano un eccesso di sangue e quindi di ossigeno che, di
conseguenza, permetterà loro di ridurre la fatica e quindi di avere più
resistenza, di sentirsi sciolti e fluenti anche nel momento in cui tutti gli
altri staranno per morire di fatica. Peccato che quell’eritropoietina non
sarà assolutamente frutto delle nostre fatiche, ma semplicemente il frutto
di “un modo per cercare di essere furbi”, nella stupida ignoranza di fare
del male a se stessi.
Una famosa ex atleta statunitense Florence Griffith ha ammesso che nelle
gare “puoi accontentarti di arrivare seconda, ma puoi anche soddisfarti nell’arrivare
prima!” Ma, ribattendo, come dice un famoso ex atleta italiano Pietro
Mennea, “l’assunzione di queste sostanze ti porta semplicemente a
conquistare una popolarità effimera, perché alla fine sai tu qual è stato il
vero modo in cui hai ottenuto quel risultato, che di certo non è stato
frutto delle tue fatiche.
La furbizia ti può far arrivare, ma se ti beccano come illecito, ti
classificano come colui che ha voluto condizionare il mondo secondo il
metodo degli illeciti.”Il doping, in fondo è un qualcosa che alcuni fanno
semplicemente perché lo vogliono fare, vogliono arrivare a tutti i costi,
con qualsiasi mezzo, ma non è così. Comportandosi in questo modo, si perdono
semplicemente quelli che sono i veri princìpi che caratterizzano l’atletica,
e lo sport in generale. Per questo non bisogna arrendersi nel combattere per
sostenere uno sport lineare, di correttezza, di lealtà, di princìpi sani.
Con la superficialità non si va da nessuna parte. Nel calcio, oramai, si è
perso lo spirito di squadra, di puro e naturale agonismo, si è perso lo
spirito del “divertirsi cercando di vincere nella correttezza, rispettando
il prossimo”. Chi si dopa è scorretto verso l’avversario. Chi si dopa bara.
Chi si dopa è debole, è vittima della superficialità. Chi si dopa non sa
cosa significhi la parola “benessere”, termine fondamentale nello sport. Chi
si dopa non sceglie l’insegnamento dei frutti che dà, giorno dopo giorno, lo
sport, ma quello di sostanze che ti fanno arrivare, ma non t’insegnano il
percorso. In fondo, lo sport, è aldilà di tutto, una parentesi fondamentale
della nostra vita, ma non la nostra intera vita!