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RUGBYMANIA

Quando i nomi contano
Da un impronunciabile villaggio del Galles, un’affascinante storia di passioni
di Dario Mazzocchi, Milano
Ci sono nomi che è meglio non pronunciare. Per il semplice fatto che sarebbe una missione impossibile. Un accartocciarsi di consonanti, un labirinto di lettere aspirate e dalla fonetica che esce da qualsiasi regola logica. Un esempio? Eccolo:
Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch.
Che poi tradotto verrebbe fuori una cosa del genere: “la chiesa di Santa Maria nel fosso del nocciolo bianco vicino a un gorgo rapido e la chiesa di San Tisilio vicino alla grotta rossa”. E’ solamente il nome di un piccolo villaggio nell’entroterra gallese, così piccolo che conviene fermarsi al pub per una lunga sosta piuttosto che averlo attraversato in lungo e in largo senza essere ancora riusciti a pronunciare il nome al completo.
Il Galles è fatto così e non conviene dare giudizi a riguardo, perché i gallesi, per quanto buoni d’animo, sono molto orgogliosi di essere tali e dei loro nomi così. Direte: che fantasia però! Invece si finisce per scorrere i cognomi che hanno reso grande il rugby in quella parte di mondo e si incontrano spesso e volentieri gli stessi: Jones, Jenkins, Thomas, Williams e Davies vanno per la maggiore.
Terra di miniere, e di scenari incantevoli, il Galles ha sfornato campioni e icone nel rugby del Vecchio Continente. Mitici gli anni ’60 e ’70, con questi giocatori vestiti di rosso che sfidavano i rivali con basette che fecero tendenza e innamorare. Era quel Galles che batté da solo la Nuova Zelanda nella storica sfida contro i Barbarians all’Arms Park, di Cardiff ovviamente, nel 1973. Una meta che è entrata di diritto nell’antologia della palla ovale e frutto di un’azione che vide impegnati tutti i giocatori gallesi selezionati per l’occasione.
E’ la generazione di Barry John, Gareth Edwards, Phil Bennet, JPR Williams e Gerald Davies. Il primo è considerato il più forte mediano di apertura che il rugby abbia avuto. Un talento esploso giovane e che a solo 27 anni dice basta, dopo aver condotto i Lions e il suo Galles facendo uso di una sola regola che dettava ai suoi avanti: tenete lontano gli avversari, al resto ci penso io. Gareth Edwards era il fido compagno della linea mediana, quello di mischia. Ha significato così tanto questo Edwards che può già vantare una statua in bronzo nel centro di Cardiff. Ma lui è sano come un pesce, conviene ricordarlo. E’ uno sportivo nato, pratica diverse discipline, poi si dedica esclusivamente al rugby e regala quella che forse è davvero la meta più bella della storia. Quella sopra detta. 90 metri di corsa, sei passaggi, 23 secondi di azione, raccontata in tv da Cliff Morgan, un altro che al Galles ha dato tanto: “Kirkpatrick a Williams. Questo è fantastico. Phil Bennet che dà copertura, inseguito da Alistair Scown. Stupendo. Questo è stupendo. John Williams… E poi Pullin, John Dawes, una finta incredibile. Tom David a metà campo. Meraviglioso Quinnell. E questo è Gareth Edwards. Meta!”.
Da allora molto cose sono cambiate. La federazione gallese ha attraversato momenti belli e brutti, poi si è regalata un nuovo stadio, il Millenium, costato oltre le previsioni, costringendo a rivoluzionare il campionato nazionale e creando franchigie provinciali. Nel 2005 si è regalato l’ultimo Grand Slam, cinque vittorie in cinque partite del 6 Nazioni. Nei due anni successivi ha rischiato il cucchiaio di legno. E nel Mondiale in Francia dello scorso settembre è uscito ai quarti di finale sconfitto dalle Fiji.
Poi è giunto sabato 2 febbraio, prima giornata del 6 Nations 2008. I dragoni si sono presentati a Twickenham, tempio inglese da dove non vincevano da 20 anni. Una eternità ed una sfilza di cognomi simili tra loro usciti a testa bassa. Sembrava dovesse finire nello stesso modo dopo il primo tempo, con il piede del fuoriclasse Wilkinson che ha fissato il punteggio sul 16-6. Invece qualcuno ha stravolto i piani. Da una parte hanno contribuito i boriosi inglesi, dall’altra i Jones, i Swin-Jones, i Williams, i Thomas e compagnia bella che hanno ribaltato lo scenario. E’ finita 26-19 per il Galles. Cymru, per dirla alla gallese.
Fonti certe non ci sono, ma si presume che siano corsi fiumi di birra anche a laggiù, in quel paesino il cui nome, forse forse, si riesce a pronunciare senza troppa fatica dopo una ottima di dose di luppolo. |